“Dove senti il problema nel tuo corpo?” – senso e non senso di una domanda

Ho sentito questa domanda usata da molti coach di varie estrazioni: Gestalt, ontologico, PNL e altri. Di cosa tratta questa domanda? Perché viene posta? Onestamente, quando mi è stata posta per la prima volta, non avevo idea di cosa rispondere. Quindi ecco le mie riflessioni sulla domanda che potrebbero aiutarvi a valutare quando e se vorrete usarla.

Separare l’interpretazione dall’osservazione

Comincio con le intenzioni positive (modalità “angioletto” ON). Un possibile risultato della domanda potrebbe essere che i clienti iniziano a descrivere le loro sensazioni fisiche quando stanno vivendo il problema. Un cliente potrebbe dire: “Sento troppa responsabilità. È davvero dura”. “Dove senti il problema nel tuo corpo?” chiede il coach. Il cliente potrebbe dire qualcosa sulle spalle che gli fanno male. La discussione non verte più a quel punto sulla “troppa responsabilità”, che è un’interpretazione del cliente, ma sull’esperienza concreta del cliente. E questa può essere cambiata più facilmente rispetto alla “troppa responsabilità”.

Generare movimento

Descrivendo le spalle doloranti il cliente sta parlando di se stesso e non del problema “là fuori”. Questo potrebbe potenzialmente portare ad una discussione su cosa il cliente vorrebbe sentire invece (le spalle leggere e stabili, per esempio). Questo può essere seguito da una discussione su quale differenza farebbe se il cliente vedesse il mondo con la nuova sensazione (quella delle spalle leggere e stabili). In questo modo si crea più “potere” per il cliente.

Concentrarsi sul problema

(modalità “angioletto” OFF). La domanda invita a discutere e, peggio ancora, a inventare una sensazione fisica del problema che forse prima non c’era. Il coach invita il cliente a sperimentare il problema, ad approfondirlo. “Problem talk creates problems, solution talk creates solutions”, un detto spesso attribuito a Steve de Shazer, mi viene subito in mente. Quando i clienti pensano intensamente al problema di solito non stanno focalizzandosi sulla speranza o sulla fiducia. Invece, stanno immaginando il problema come più difficile da risolvere di quanto possa essere. Inoltre, la maggior parte dei clienti ha già discusso a lungo il problema con altre persone – il coach non sta facendo la differenza continuando quelle conversazioni già avvenute. I coach focalizzati sulla soluzione inviterebbero invece il cliente a pensare a ciò che vorrebbe invece e lo descriverebbero in grande dettaglio. Una pratica che genera molta più speranza.

Individuare il problema ALL’INTERNO del cliente

Perché la domanda abbia senso, il coach deve assumere che “il problema” è “nel corpo” e può essere “sentito nel corpo”. Il cliente è preso come un “essere umano delimitato”, un atomo, una monade, un’isola. Le relazioni e le interazioni che il cliente ha sono completamente ignorate dalla domanda. Immaginate la situazione di cui sopra. Una madre single di 5 figli che studiano a casa e che è anche a capo di un grande dipartimento di risorse umane che gestisce meeting via zoom in tutti i fusi orari dice: “Sento troppa responsabilità, è troppo dura”. Come possiamo iniziare ad aiutare la persona se diamo per scontato che il problema sia nel corpo? Il problema è nelle interazioni ed è quello il livello che dobbiamo affrontare. Nel Solution Focus chiederemmo: “Supponiamo che ci sia meno responsabilità, cosa ci sarebbe invece?” Il cliente potrebbe rispondere: “Sentirei che sto facendo del mio meglio, che faccio abbastanza”. “Supponiamo che lei si senta così: chi sarebbe la prima persona che se ne accorgerebbe?” Poi esploreremmo cosa i suoi colleghi, i suoi figli ecc. la vedrebbero fare, come risponderebbero e otterremmo una descrizione dettagliata e interazionale. Nella pratica narrativa (secondo Michael White e David Epston), potremmo esternare (cioè fare il contrario) il problema: “Quando questo sentimento di responsabilità non è presente, cosa c’è invece?” Potremmo aiutare il cliente a scrivere una lettera al “sentimento di responsabilità”, chiedere quale relazione il cliente vuole con esso ecc. La persona non è il problema – il problema è il problema.

Scusa per il piccolo sfogo – penso che sia importante esaminare su quali presupposti le nostre domande poggiano e a cosa invitano i nostri clienti a pensare. La visione del mondo che le domande portano con sé e in cui invitano i clienti dovrebbe essere una visione che promuove il benessere, la crescita, l’autonomia e non rendere più difficile raggiungerli. Naturalmente, dipende sempre da come la domanda viene posta, da quello che è successo prima e da come al cliente piace pensare ai problemi. Non c’è una domanda “cattiva” – ogni volta che due persone si siedono insieme e uno vuole essere utile all’altro e l’altro vuole essere aiutato, ne verrà fuori qualcosa di buono. Prendersi cura dei nostri clienti è una cosa davvero bella e vorrei invitare tutti noi a continuare ad essere consapevoli di questo.

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