Prima di autodiagnosticarti la depressione…

… dai un’occhiata in giro ed assicurati di non essere circondati da idioti.

Quando ci sentiamo giù, arrabbiati, tristi, irritati, ansiosi, ecc. o quando qualcuno si sente non a proprio agio, la reazione più comune nella nostra cultura è quella di cominciare a guardare ciò che accade “dentro” la persona. In qualche modo sembra logico: “Il problema” (l’emozione indesiderata) sembra accadere dentro, quindi anche “la soluzione” (un’emozione più desiderabile) deve venire da “dentro”.

Questo funziona solo se si suppone che una persona sia in qualche modo separata dal suo ambiente e che il “dentro” della persona sia in qualche modo indipendente dal “fuori”. Ma è davvero così? E perché questo è importante per il coaching, la leadership e la felicità personale? Ok, un po’ di pazienza, calma e gesso…

Durante uno dei nostri viaggi in bicicletta, mio marito ed io stavamo seguendo il canale Reno-Rodano dal Reno al Rodano. Durante il primo giorno sul canale, entrambi ci siamo sentiti esausti, non in forma, tutto sembrava un po’ più difficile del solito. Abbiamo trovato molte spiegazioni interessanti al fenomeno: “E’ il terzo giorno del viaggio, probabilmente abbiamo solo raggiunto il punto critico”. “Forse ieri non abbiamo mangiato abbastanza” ecc. ecc. ecc. Tutte le spiegazioni avevano a che fare con gli aspetti “fisici” e la nostra preparazione. Quello che abbiamo scoperto dopo 30 km è che stavamo procedendo in salita, costantemente e lentamente senza accorgercene. La spiegazione non si trovava “dentro”, ma nell’interazione tra il nostro ambiente e noi stessi.

E quindi: cosa accadrebbe se le emozioni non fossero accadute “dentro”, se non fossero state prodotte da noi come individui? Forse “sentire un’emozione” è più simile a “vedere”, “sentire”, “annusare” piuttosto che a questo inspiegabile evento “interno”. Prima di autodiagnosticarsi la depressione…

Allora perché questa considerazione è importante per i coach, i leader e tutti coloro che vorrebbero condurre una vita positiva? Se trovate che i vostri clienti, i vostri collaboratori diretti, voi stessi provate un’emozione “indesiderabile”, provate a trattarla come una percezione, una “sensazione” piuttosto che come qualcosa di irritante. Guardate la situazione E l’emozione.

Nel coaching, usiamo il l’espressione “cambiamento di prospettiva”:

  • “Come noteresti che le cose stanno andando un po’ meglio?”
  • “Chi altri se ne accorgerebbe?”
  • “Cosa direbbe loro che le cose stanno andando un po’ meglio per te?”
  • “Come risponderebbero?”
  • “Come tu risponderesti?”

Immaginando l’interazione tra il vostro cliente, il vostro collaboratore diretto o voi stessi E l’ambiente, l’emozione rimane nella sua “casa” e non è artificialmente isolata dal mondo in cui vive.

Per prendere in prestito le parole di John Donne (scusate il linguaggio non inclusivo, sono sicuro che il signor Donne intendeva includere le donne, “non binari”, gli altri): Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

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